Il quarto potere: l’information disorder in epoca pandemica.

Un bilancio dell’informazione del 2020.

Mi ritrovo di nuovo a parlare di  quarto potere – scrivevo sull’argomento un paio d’anni fa qui, su Kultural – mi chiedevo come mai l’informazione, che aveva acquisito un ruolo importante con l’avvento di internet e che sarebbe dovuta essere uno strumento di democrazia, venisse invece usata in maniera impropria. Non deontologica.

Proprio ieri ricorreva la “Giornata mondiale contro le fake news” e non ho potuto non riflettere sulla situazione attuale e su quanto l’informazione abbia “pesato”, in maniera decisamente negativa, su questo anno di pandemia.

Il 2020 si è chiuso in sordina, non ce ne siamo quasi accorti, e nei primi tre mesi del 2021 non è cambiato praticamente nulla ma ciò che mi sconcerta di più è che a distanza di due anni dall’articolo che scrivevo su Kultural, non credo che la situazione sia evoluta, anzi, probabilmente è peggiorata.

Riflettevo, allora, sull’art. 21 della Costituzione, che sancisce il “diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero” e la conclusione che il pluralismo dell’informazione garantito dall’avvento di internet fosse a vantaggio dei consumatori che non erano più obbligatoriamente direzionati da ciò che propinavano (prima) i principali mezzi di comunicazione, ovvero TV, radio e giornali, sembrava scontato, ma purtroppo non veritiero.

La competizione all’interno di questo mercato e la necessità degli editori di essere i primi, purtroppo vanno a svantaggio della qualità delle informazioni, che spesso sono lacunose o addirittura del tutto false.

È sufficiente oggi disporre di un pc, di un tablet, o di uno smartphone per diventare produttori di informazioni. Io stessa lo sto facendo in questo momento.

Pochi però conoscono la reale responsabilità che questo comporta; pochi comprendono che la veridicità delle informazioni fornite passa prima dalla fondamentale verifica delle stesse nonché delle fonti da cui esse provengono. Questo comporta una progressiva de-mediazione e de-professionalizzazione che contribuisce alla crescita esponenziale della diffusione di notizie false, falsate o manipolate.

Se da un lato la pluralità delle informazioni e il libero accesso alla rete hanno ampliato il fondamentale diritto sancito dall’art.21, dall’altro la crescita esponenziale di fake news, disinformazione e mala informazione, hanno creato più danni di quanti i canali principali di informazioni avessero mai fatto negli anni precedenti all’avvento di internet.

Il 2020 ne è la prova. Facendo una sorta di bilancio dell’informazione in questi 12 mesi di pandemia, si arriva alla facile intuizione che l’anno è stato disastroso sotto questo profilo; ha visto una quantità esorbitante di notizie false, smentite, smentite delle smentite, giustificazioni su frasi mal’ interpretate, che hanno portato il rapporto tra notizie chiarificatrici e notizie pure, a due su tre.

Francesco Giorgino, nel suo Giornalismi e società, scrive:

Una società che non legge più, che non si aggiorna, che non si informa, che pensa di fare a meno dei giornalisti, è una società più esposta. Sostituire il punto di vista del giornalista – certo parziale, con i suoi limiti, ma professionale – con il parere dei più significa abbandonare l’informazione alla chiacchiera o alla rissa. Inseguire le emozioni del lettore e tranquillizzarlo raccontandogli quel che si vuole sentir dire vuole dire non creare le condizioni perché sviluppi pensiero critico e capacità di esprimerlo in modo pacato, argomentando e controargomentando.”

In realtà, il punto di vista del giornalista non è stato sostituito, oggigiorno non esistono giornalisti che non usano social, hanno solo cambiato il mezzo con cui diffondono il proprio pensiero. Il problema sta nel fatto che mentre prima, nei canali principali di diffusione delle informazioni, si riusciva ad avere un quadro generale delle informazioni; penso, ad esempio, ai dibattiti politici di un tempo, quando ciascuna parte riusciva ancora a parlare in maniera oculata e non prevaricatrice, nelle informazioni reperite sui social giocano un ruolo fondamentale, l’emotività dell’utente (si pensi alle informazioni condivise da amici) e l’algoritmo del social network che mostra quasi esclusivamente ciò che è d’interesse o comunque pertinente al pensiero comune dell’utente che lo sta utilizzando.

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[L’algoritmo è un procedimento matematico di calcolo che nei social network decide quali informazioni proporre a ciascun utente, sulla base delle sue specifiche preferenze rilevate dai dati ricavati dai suoi precedenti comportamenti]

L’informazione per sua natura oggettiva non può essere emotiva, questo fa si che informarsi sui social sia molto più a rischio della manipolazione del pensiero unico, di quanto non fosse in passato. Se si pensa che da uno studio condotto dal Pew Reserch Center, nel febbraio 2016, emerge che oltre il 60% degli adulti americani afferma di cercare notizie sui social media quotidianamente e che la percentuale sale all’81% se si considerano i giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni, possiamo facilmente comprendere quanto sia importante la natura oggettiva delle informazioni.

Quindi, sebbene la ricchezza delle reti abbia ampliato la nostra sfera di libertà e rafforzato la partecipazione democratica, ne è un esempio il ruolo dei social network nella primavera araba di cui parlavo in un articolo sul mio blog; l’enorme mole di informazioni gestite dalla rete sono comunque direzionabili e direzionate dalle compagnie che assumono il ruolo di intermediari tra chi produce le informazioni e chi le riceve.

Se pensiamo che in Italia, a chi è direttamente collegato Facebook, Google gestisce il 90% del mercato dei servizi online, riusciamo facilmente a intuire come la distribuzione delle informazioni all’utente sia concentrata in mano a pochi OTP (Over the top) rendendo effettivamente il mercato delle informazioni quasi un monopolio.

Chiunque abbia vissuto in Italia nell’ultimo anno, o si sia semplicemente interessato alla circolazione delle informazioni nel nostro paese, ha visto la quantità esorbitante di fake news che hanno girato attorno alla questione COVID-19, che si è inevitabilmente riversata sulla sfera politica e socio-sanitaria italiana.

Ciò (ri)focalizza l’attenzione sul fenomeno patologico delle false informazioni rispetto ai principi di correttezza delle stesse.

Analisi recenti, condotte dal Research Institute for Complexity dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, sulla diffusione di (dis)informazione sul COVID-19 sulle principali piattaforme social a partire dal 3 gennaio 2020, giorno in cui la Cina ha informato l’OMS della diffusione di una misteriosa polmonite nella provincia dell’Hubei, hanno rivelato che l’eccessiva abbondanza di informazioni – accurate e non – ha reso, e ancora rende, difficile per gli utenti trovare fonti affidabili in merito al coronavirus.

Il report prodotto dai ricercatori rivela che analizzando i contenuti social di quasi 700 fonti informative in Italia, tra canali televisivi e radiofonici nazionali, quotidiani, agenzie di stampa, testate online e fonti di disinformazione, circa il 4-6% dei contenuti sul coronavirus proviene da fonti di disinformazione”.

Ciò avviene perché i social sono ancora fortemente carenti dal punto di vista normativo, ma soprattutto perché vige la regola dei “like”, maggiore è il numero dei pollici in su, più un post viene condiviso e diventa rilevante nella piattaforma.

I “like” però, non garantiscono che l’informazione contenuta nel post sia veritiera; anzi, spesso, è impossibile verificarne la fonte.

Inoltre le persone tendono ad affidarsi ai leader politici per orientare i loro pensieri su un determinato argomento, scienza e sanità inclusi, questo porta le masse ad accettare argomentazioni anche non scientifiche e non veritiere.

Viviamo, però, in un’era di particolare faziosità, in cui la politica non ha più l’integrità che in realtà dovrebbe essere requisito primario per chi svolge un ruolo così importante per l’opinione pubblica; i politici non sono più in grado di essere una figura integerrima, di portare avanti le opinioni dei vari schieramenti politici in maniera chiara e retta, e spesso fanno ricorso a stratagemmi ormai convenzionali con cui influenzare l’opinione pubblica anche attraverso la disinformazione. Lo scorso maggio la BBC aveva stilato una lista dei politici che in soli due mesi avevano diffuso più fake news sul coronavirus, in cima c’erano Trump, Bolsonaro e il nostrano Salvini. Suppongo che il podio sia ancora loro.

La pandemia globale è stata terreno fertile per i furbetti del post.

Curioso che la diffusione di false informazioni sia punibile per legge; lo prevede l’art. 656 del Codice Penale, “Chiunque pubblica o diffonde notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a euro 309”.

Immagino, però, che la legge non sia uguale per tutti; o per lo meno che valga solo per noi comuni cittadini.

Macchiavelli definiva politico colui che è “conforme alle sane arti di governo”, mi spiace constatare che nell’ultimo anno di attività sane da parte dei politici ne ho viste ben poche.

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Eppure non è poi così difficile combattere la cattiva informazione, basterebbe un minimo di coscienza da parte degli utenti che, prima di prendere per veritiera e condividere un’informazione qualsiasi, dovrebbero prendere l’abitudine di verificarne la fonte. Nell’era della ricchezza delle reti è un’operazione semplice da attuare.

Certo, scegliere i leader politici in maniera più oculata, sarebbe di enorme aiuto; considerato il fatto che, quando i leader inviano un determinato tipo di messaggio, i loro seguaci tendono a muoversi in quella direzione, avere leadership solide e integerrime, dovrebbe garantire almeno la qualità etica delle informazioni.

ANTINIO GRAMSCI. L’indifferenza è il peso morto della storia.

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza.”

11 febbraio 1917

L’attualità del pensiero filosofico di Antonio Gramsci è disarmante; il politico nacque esattamente 130 anni fa, i suoi scritti e le sue considerazioni sulla piaga dell’indifferenza furono concepiti in piena Prima Guerra Mondiale, eppure, sembrano così attuali da diventare contemporanei.

Oggi, dopo più di cento anni, Gramsci resta ancora uno dei punti cardine della società e del pensiero politico italiano. Cresciuto in un ambiente socialista, già dal 1913 militava nel partito socialista, fu tra i fondatori del Partito Comunista e, in seguito, deputato eletto nella lista comunista.

In piena orda fascista, fu arrestato e condannato come oppositore politico; già cagionevole di salute, dopo undici anni di agonia, si spense a Roma, in una clinica dove era stato trasferito a seguito della libertà condizionata, il 27 aprile del ’37.

Ma in quegli undici anni fu scrittore prolifico e pensatore attivo; difese le sue idee col garbo al pari del fervore, abilità che nessuno dei politici nostrani possiede ancora.

Si oppose ai tiranni del fascismo con intelligenza e lucidità, trovando conforto nella scrittura; celebri sono i suoi Quaderni dal carcere; che, arrivati nelle mani di Palmiro Togliatti, furono pubblicati da Enaudi e diventarono un punto cardine per il PCI.

Sarebbe deluso oggi, se fosse ancora in vita; amareggiato dall’indifferenza che ancora immarcisce il suo paese, si sentirebbe tradito dalla sinistra che, di fatto, non esiste più.

Sognava un grande partito, una nazione forte che riuscisse a eliminare le differenze di classe, e a creare una forte equità fra gli individui, la più classica delle utopie era la sua. Eppure ci credeva sul serio.

L’enorme passo indietro fatto dalla politica, i valori su cui si fondarono le basi dell’unità d’Italia, spesso dimenticati e messi da parte a favore di tornaconti personali, avrebbero profondamente colpito l’intellettuale sardo che sperava di rendere quell’utopia, pura realtà. Il fatto che gli indifferenti abbiano smesso di crederci, o non ci abbiano mai creduto affatto, è il motivo per cui quel sogno è rimasto tale e, al contempo, la ragione della disfatta delle classi politiche che propendono al interesse personale piuttosto che al benessere collettivo.

“L’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva, la storia insegna ma non ha solari.”

Qualche giorno fa, in libreria, ho trovato “Odio gli indifferenti” (Chiarelettere 2020), una raccolta di scritti di Gramsci datati 1917-18, tra cui quello che da il titolo al libro, pubblicato sulla rivista La città futura.

Gli scritti trattano diversi argomenti, la politica, la Chiesa, il capitalismo, il proletariato e la borghesia, lo Stato, la guerra. Sviscera ogni tema ed elabora riflessioni che hanno una valenza autentica ancora oggi.

Gramsci si rivolge a tutti, esorta ciascun cittadino a essere responsabile della propria vita e di ciò che lo circonda. Diffida dal pressapochismo e da qualunquismo; colloca al centro gli individui, incoraggia al cambiamento, mette in guardia dal capitalismo, “vagabondo senza fissa dimora”, che rende schiavi, in cui “le responsabilità vengono talmente estese e diluite, che invero nessuno sarebbe più responsabile”. Si scaglia contro ogni tipo di guerra, necessità borghese da combattere con ogni mezzo:

il conflitto esiste perenne, ma non è perennemente di fatto; perché tale diventi è necessaria una iniziativa umana, è necessario che ci si giudichi essere arrivato il momento dell’azione, il momento utile per la realizzazione di un nuovo privilegio, oppure per impedire che un privilegio acquisito decada a beneficio altrui, e la guerra scoppia”.

Non può forse definirsi moderno tale pensiero? Anticipatore? Non è forse, ogni guerra, il frutto dell’avido capitalismo?

Le sue parole sono piuttosto eloquenti e la loro attualità è sconcertante.

Il punto focale del pensiero gramsciano però, resta la riflessione sul peso morto della storia: gli indifferenti. Rimanere in silenzio difronte alle ingiustizie, alla corruzione, a una cattiva gestione o, soprattutto, alla cattiva politica, rende complici.

Ai posteri il compito di dare il giusto valore al monito che ha lasciato in eredità: mai subire e assistere passivamente alla storia. Il primo dovere di ogni cittadino è quello di far valere il proprio pensiero critico. La società odierna non è allenata a farlo ed è questo il vero motivo per cui Gramsci è ancora così attuale.

SIBILLA ALERAMO: “Una donna” a spasso per Civitanova Marche

Sole, sole! Quanto sole abbagliante! Tutto scintillava, nel paese dove io giungevo: il mare era una grande fascia argentea, il cielo un infinito riso sul mio capo, un’infinita carezza azzurra allo sguardo che per la prima volta aveva la rivelazione della bellezza del mondo…

Dal libro “Una donna”

Sulla banchina che da a nord del molo della mia Civitanva c’è un murales, realizzato nell’ambito del festival cittadino “Vedo a colori” nel 2017 dall’artista OPIEMME, dedicato a Sibilla Aleramo, la poetessa che ha vissuto a Civitanova gli anni della sua adolescenza e che qui ha conosciuto i mali della vita.

A 61 anni dalla sua scomparsa, il mio pensiero per ricordare la sua penna delicata.

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Marta Felicina Faccio era all’anagrafe, arrivò a Civitanova poco più che bambina e si riempì gli occhi e il cuore delle meraviglie che proponeva una città di mare, lei che era abituata solo ai monti.

Si sentiva fuori posto in una piccola cittadina di provincia, era abituata alle raffinatezze milanesi, e i suoi nuovi compaesani erano ignoranti, gretti e, appunto, provinciali. Ma il compito di una brava figlia è quello di seguire la famiglia, di aiutare la famiglia.  Senza protestare, ha lasciato Milano e senza opporsi ha iniziato a seguire la contabilità dell’azienda per conto del padre.

Come dicevo, però, ha anche conosciuto i mali della vita; qui ha perso la madre, (si è spenta nel sanatorio di Macerata, ma lei l’aveva già persa quando nel 1889 aveva tentato il suicidio gettandosi dal balcone di casa – un’ala di Palazzo Sforza dove un tempo era collocata a biblioteca – o forse, molto prima), qui ha scoperto i tradimenti del padre, qui è stata violentata; Ulderico Pierangeli, impiegato della fabbrica gestita dai Faccio, a quindici anni, le portò via sogni e speranze; secondo le usanze dell’epoca, nel 1893, fu costretta a sposarlo.

Il matrimonio riparatore era, nel tardo Ottocento, il male minore; in realtà lo è stato fino a quarant’anni fa. Sembrava legittimo che uno stupratore sposasse la vittima; dopo tutto era l’unico modo per salvaguardare l’onore della donna. Mi chiedo come mai l’onore sia sempre venuto prima della tutela. Una donna infelice, o peggio, morta, non se ne fa niente dell’onore.

“Così sorridendo puerilmente, accanto allo stipite di una porta che divideva lo studio del babbo dall’ufficio comune, un mattino fui sorpresa da un abbraccio insolito, brutale: due mani tremanti frugavano le mie vesti, arrovesciavano il mio corpo fin quasi a coricarlo attraverso uno sgabello mentre istintivamente si divincolava”

Dal libro “Una donna”

Rassegnata a compiere i doveri di una donna, continua a vivere con l’uomo che l’ha violentata – lo segue, infatti, a Milano, dove si trasferisce dopo il licenziamento dalla fabbrica civitanovese – e riversa tutte le sue energie nell’educazione del figlio. La giovane “Rina”, però, poco più che ventenne, costretta alle continue angherie del marito geloso e violento, non si accontenta di scrivere per le riviste femministe, a cui era approdata nella parentesi milanese. Non accetta di essere descritta esclusivamente dal suo ruolo di madre; non si accontenta di una vita senza amore.

Trova, allora, il coraggio di andare contro ogni stereotipo ancorato nella cultura ottocentesca: abbandona marito e figlio e si dedica alla lotta femminista; si trasferisce a Roma dalla sorella e invano cerca di ottenere la separazione legale e la custodia del figlio Walter – che riuscirà a riabbracciare solo trent’anni più tardi.

A Roma allarga la sua cerchia di amicizie, frequenta importanti intellettuali come Pirandello, Grazia Deledda, Panzini, Maria Montessori e finalmente nel 1906, con lo pseudonimo Sibilla Aleramo, pubblica “Una donna”.

Nel libro riversa tutto il suo stupore di bambina che arrivata in una nuova città, si riempie gli occhi dello splendore del mare, ma la bellezza delle descrizioni non scalfisce la durezza del racconto; autoanalisi introspettiva che la porta a maturare la coscienza di non voler rinunciare al suo essere donna.

Un romanzo senza fronzoli; è l’autobiografia dell’autrice, il racconto di ciò che ha vissuto sulla propria pelle in maniera estremamente semplice, vera. Caratterizzato dalla forza e dal coraggio dei primi moti femministi, delle rivolte delle donne che reclamavano il loro posto nel mondo.

“Rina”, che aveva incarnato, nel corso della sua giovane vita, tutti i prototipi dell’epoca: oggetto sessuale, sposa, madre, riuscì a sottrarsi dalla schiavitù della vita famigliare e sociale in cui si trovare e realizzare se stessa, a non sentirsi ignorata.

Il libro “Una donna” è sorta di punto di rottura, un cambio di rotta nella narrativa femminile che segna il passaggio tra ‘800 e ‘900. Molto probabilmente il primo scritto a stampo femminista del nuovo secolo.

Nella postfazione della quarantaquattresima ristampa del libro, è il curatore Cecchi a far notare che il noto critico Gargiulo affermava con convinzione che Sibilla Aleramo “poteva vantarsi di aver fatto a vantaggio del sesso più di quanto avevano fatto e andavano facendo tutte le femministe del mondo prese insieme”.

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Non è sbagliato definirlo romanzo di formazione, di coscienza, di “educazione”, perché lo è effettivamente stato, il pubblico cui si rivolgeva si trovava per la prima volta a confrontarsi con un nuovo modo di considerare l’universo femminile.

Non a caso Simona Cigliana, docente di critica in “Storia generale della letteratura italiana”, lo ha definito la Bibbia del femminismo storico.

La forza di questo romanzo sta nella sua autenticità, ogni persa di coscienza porta a una conseguenza e quindi a un passo avanti verso la volontà di svincolarsi dalle convenzioni e costrizioni sociali – nonché legali – imposte al mondo femminile.

È stato un punto di partenza, un modo per la Aleramo di rielaborare e riordinare la confusione di eventi che avevano caratterizzato la sua vita fino a quel momento.

Sebbene ricorra all’uso del suo alter ego, la narrazione avviene in maniera oggettiva, il romanzo è disseminato di date e riferimenti, per la maggior parte, facilmente riconducibili alla sua biografia come Rina Faccio.

Dopo aver riordinato la sua vita attraverso la scrittura, si immola ad esempio, si rende modello di pensiero, di ispirazione che anela a infondere il coraggio necessario alle donne per prendere in mano le redini del proprio destino e far vedere loro che il cambiamento è possibile. Lei ne era l’esempio vivente.

Quello a cui auspica, in sostanza, non è solo la parità dei sessi, ma la complicità da parte di tutte le donne; elemento essenziale e imprescindibile per una ribellione efficace in grado di portare a risultati concreti.

La sua battaglia non si limita alla stesura di quel libro, ma prosegue con pubblicazioni su riviste, giornali, riflessioni e discorsi dedicati nella sua corrispondenza privata.

Nella guerra che voi ogni giorno, o in casa o nel mondo, movete contro l’Emancipazione Femminile, Voi sostenete che la donna è debole, ch’essa è assai inferiore all’uomo, fisicamente e moralmente; le concedete per grazia sovrana di essere la madre dei vostri figlioli, e a volte, ma nemmeno così spesso come volete far credere, d’esserne l’educatrice; ma le negate la possibilità per essa di stare in contatto del suo simile, come voi quotidianamente: le negate il sacro diritto di poter onestamente guadagnarsi la vita da sola e quello, altrettanto sacro, di dedicarsi all’occupazione confacente ai suoi gusti e al suo spirito.

Da Note da taccuino.

E se con quel Voi si riferisce all’altro sesso, non risparmia nemmeno le cretiche alle donne stesse, in particolari a quelle appartenenti alla borghesia che viveva negli agi, che “si adatta volontariamente al suo stato, non vuole addarsi del vento di riforma che c’è nell’aria”; non si potevano incolpare solo gli uomini per la “schiavitù” cui erano sottoposte le donne, buona parte della colpa era anche loro.

Una storia straordinaria la sua, eppure, spesso dimenticata. Dalle femministe stesse in primo luogo.

È un peccato che ciò per cui viene maggiormente ricordata, è la tormentata storia d’amore con il poeta Dino Campana, celebri sono le loro lettere d’amore, ne sono state tratte due pellicole cinematografiche – Un viaggio chiamato amore (2002) regia di Michele Placido, Inganni (1995) regia di Luigi Faccini – ma il suo impegno per la condizione femminile è spesso dimenticato da molti; troppi.

Come mai nessuno abbia pensato di raccontare la Sibilla precedente, quella che aveva trovato la forza e il coraggio di ribellarsi agli usi e costumi, alla legge, resta, per me, un mistero.

Leonardo Sciascia: il centenario dello scrittore che cercava di scuotere le “anime morte”

Crediamo di vivere, di essere veri, e non siamo che la proiezione, l’ombra delle cose già scritte.”

DA: CANDIDO, OVVERO UN SOGNO FATTO IN SICILIA

Racalmuto è un modesto paesino, come tanti dell’entroterra siciliano, abbarbicato sulle Colline dei Platani. È proprio lì che, l’8 gennaio di 100 anni fa, nacque Leonardo Sciascia.

Lo scrittore siciliano è stato uno dei più grandi intellettuali del Novecento, uno degli ultimi illuministi del secolo scorso. Un illuminista al contrario, come scrisse il Corriere della Sera in occasione della sua morte nel novembre del 1989, perché al contrario degli illuministi del XVIII secolo, che partivano dal mistero e arrivavano a verità e razionalità, Sciascia ha sempre fatto il contrario:

“Così quando Sciascia fermava la sua attenzione sulla realtà della Sicilia, si potrebbe dire che all’inizio era un volterriano e un manzoniano per poi diventare alla fine, nella conclusione, nessun altro che se stesso, tutto solo con la sua ambiguità imprevedibile e irresistibile.

Si potrebbe vedere in questo capovolgimento del metodo illuminista un segno del pessimismo siciliano, quel pessimismo fatto di strenua volontà di razionalità e chiarificazione, seguito però immancabilmente da una regolare e inevitabile caduta nella confusione e nell’incertezza. Si potrebbe anche dedurne un pirandellismo di Sciascia. Ma noi preferiamo dire che Sciascia era un certo tipo di scrittore di piglio classico, cioè non decadente, né prezioso, né formale, ma, sia pure attraverso una scrittura essenzialmente letteraria, era legato quasi suo malgrado al reale.”

(dal Corriere della Sera, 21 novembre 1989)

La sua produzione letteraria è pregna della Sicilia, ispirato dall’illustre predecessore Pirandello, scrive, racconta e sviscera la sua terra ma non rimane mai entro i suoi confini. Il suo pensiero evade e diventa nazionale.

Aperto critico del pensiero dannunziano e della luttuosa mentalità fascista, non ha mai nascosto la sua adorazione per Diderot, Stendhal.

Diventa insegnante elementare dopo la parentesi bellica, nel ’49, ma dopo otto anni interamente dedicati ai suoi alunni, entra definitivamente nel mondo letterario in qualità di scrittore e di organizzatore culturale.

I suoi scritti sono estremamente legati alla terra natia ma al contempo sorprendentemente nazionali; attraverso la sua regione analizza l’Italia intera e per primo, scrive della Mafia, nel ’61, quando pubblica “Il giorno della civetta” un racconto ispirato dall’omicidio del sindacalista comunista Accursio Miraglia, nel gennaio del 1947, per mano della mafia di Cosa Nostra.

Lo hanno accusato di non essere abbastanza partecipe nella lotta a quel mostro che ha infettato l’amata Sicilia e lui, per tutta risposta, ha ribadito:

“Io sono stato contro la mafia ed anzi sono stato, credo, il primo scrittore siciliano ad aver dato una esemplificazione narrativa di cosa è il fenomeno mafia, perché in Pirandello, per esempio, la cosa c’è, la cosa mafiosa, però senza farne il nome”.

La mafia prima di lui non esisteva, si sono affrettati a blaterare. C’era, ma non si nominava.

“Sciascia, lei come si definirebbe?

Uno che cerca di semplificare, secondo verità.”

da Critica sociale, 13 gennaio 1978

Lo “scrittore scomodo” parlava di mafia quando la “mafia non esisteva”. Fastidioso quanto lo era l’amico e collega Pasolini. Due anime affini le loro, estremamente diversi per localizzazione geografica e personalità, ma accomunati da un’unica voce: la ricerca della verità.

Gli “ultimi eretici” li ha definiti qualcuno, tremendamente critici con la società dell’epoca, estremamente puri.

L’assassinio di Pasolini scosse non poco Sciascia, in un intervista disse:

«Ho voluto molto bene a Pasolini e gli sono stato amico anche se, negli ultimi anni, ci siamo scritti e visti pochissimo. Quando è morto, e morto in quel modo mi sono sentito straziato e solo, tanto più solo. Dicevamo quasi le stesse cose, ma io sommessamente. Da quando non c’è lui mi sono accorto, mi accorgo, di parlare più forte»

Difatti, negli anni successivi, la produzione letteraria di Leonardo Sciascia divenne più incalzante, quasi sfacciata. Anche la sua partecipazione alle attività politiche si fece più intensa. È celebre il suo articolo del ’87, I professionisti dell’antimafia, con il quale aveva anticipato i tempi, profetizzando un’antimafia di facciata, uno specchietto per le allodole dove, nella realtà, a prevalere erano gli interessi personali. Un’antimafia sfruttata da chi si presentava come fervente combattente del fenomeno “mafia”, e invece risultava essere spesso mosso per proprio tornaconto.

Sciascia, anticipatore e profeta, scrisse quell’articolo per evitare che la lotta alla mafia diventasse lotta per il potere, che fosse effettivamente lotta alla mafia, ma lo fraintesero.

O, con tutta probabilità, fu più comodo fraintenderlo.

Sciascia e Pasolini, e corsari e pionieri solitari del sapere che non hanno eguali. Me li tengo stretti io. Li faccio miei.

Chissà cosa direbbero della cultura italiana di oggi, che inesorabilmente scivola sempre più nel baratro. Avanza apparentemente, ma in realtà retrocede.

DIECI ANNI DI PRIMAVERA ARABA E IL CONTRIBUTO DEL WEB

Dal gesto estremo di un ragazzo disoccupato tunisino, costretto a fare il venditore ambulante, nacque la protesta che ha messo in ginocchio quasi tutti i regimi autoritari del Nord Africa e di parte del Medio Oriente.

La foto simbolo della Primavera Araba è del fotografo spagnolo Samuel Aranda. Scattata in una moschea di Sanaa il 15 ottobre 2011, ha vinto il World Press Photo per la sua straordinaria delicatezza. Il contrasto tra la pelle nuda dell’uomo e la veste nera della donna, sottolineano l’enorme fragilità del momento, una Pietà moderna che racchiude tutto il dolore di un popolo oppresso.

Il periodo che il politologo statunitense Marc Lynch definì Primavera Araba, iniziò il 17 dicembre del 2010, esattamente dieci anni fa; quando un giovane tunisino, laureato senza un lavoro, che viveva grazie ai pochi introiti della vendita di frutta come ambulante, stanco delle pretese della polizia locale che gli aveva sequestrato la merce, in una piazza anonima della piccola città di Sidi Bouzid si diede fuoco.

Tunisia

Il ragazzo si chiamava Mohamed Bouazizi e il suo gesto ha innescato un intero moto di rivolta che ha interessato Tunisia, Egitto, Siria, Libia e Yemen. Il clamore generato deriva dalla grande ascesa dei social network nei quali la storia del giovane tunisino è rimbalzata da un paese all’altro, dando forma alle idee di rivolta dei cittadini oppressi dai regimi autoritari.

Twitter, attraverso lo slogan “Pane, libertà e dignità”, diventa il portavoce del diffuso malcontento popolare; nonostante la Tunisia fosse uno dei paesi più moderati del mondo arabo, è ancora ben lontana dalla visione democratica occidentale. Le disastrose condizioni economiche e la crescente disoccupazione contribuiscono ad accrescere l’insoddisfazione del popolo che continua ribellarsi con numerose manifestazioni organizzate soprattutto grazie ai social network.

Il 29 dicembre Ben Ali annuncia un rimpasto di governo, ma le sue dichiarazioni durante un intervento televisivo, in cui definisce i manifestanti “terroristi”, infiammano ancora di più gli animi.

Nella tarda serata dello stesso giorno, dopo ventiquattro anni di potere, Ben Ali lascia il paese.

Egitto

Sulla scia della Tunisia, in Egitto, a seguito di numerose manifestazioni e gesti di protesta estrema in cui diverse persone si erano date fuoco, si accendono violenti scontri.

Il culmine delle proteste arriva il 25 gennaio 2011, quando a piazza Tahrir i manifestanti chiedono la liberazione dei prigionieri politici e la liberalizzazione dei media, ancora oscurati dal regime.

Quattro giorni più tardi Mubarak licenzia il governo reggente e nomina suo vice l’ex capo dell’Intelligence egiziana, Omar Sulayman. Le azioni del capo del governo non placano gli animi, gli scontri continuano fino all’ 11 febbraio successivo, quando il vice presidente annuncia le dimissioni di Mubarak.

L’Egitto finisce nelle mani di una giunta militare transitoria, in attesa di una costituzione, e nel 2012, con le Elezioni Presidenziali, va al potere Mohamed Mori; a sua volta rovesciato dal colpo di stato del generale Al-Sisi, attuale capo del governo Egiziano.

Libia

In Libia gli scontri iniziano il 16 febbraio 2011 a Bengasi, testimonianze raccontano di repressioni violente e vere e proprie esecuzioni da parte delle forze di polizia guidate dal leader Muammar Gheddafi.

In poco meno di due settimane la protesta si allarga e arriva alla capitale Tripoli, il governo fa ricorso a raid dell’aviazione sui manifestanti per soffocare le proteste, questo innesca un meccanismo di auto distruzione del regime; la delegazione libica all’Onu prende le distanze da Gheddafi che viene accusato di genocidio e crimini contro l’umanità. La corte penale internazionale emette un mandato di cattura per il leader libico che viene fermato e giustiziato dai ribelli a Sirte il 20 ottobre 2011.

Siria

Sulla scia del giovane tunisino, in Siria, il 26 gennaio 2011, Ali Akleh ad Amman si da fuoco in segno di protesta contro il governo siriano di Assad.

Le proteste, sulla scia di quelle che si svolsero nel resto del mondo arabo, hanno assunto connotati violenti e sono sfociate in un sanguinoso conflitto che ha fatto più di cinquecento mila morti e milioni di sfollati; il conflitto interno è stato inoltre terreno fertile per gli estremisti dell’Isis.

Assad è ancora a capo della Siria e si è fermamente imposto al Califfato, tentando una riabilitazione della sua immagine agli occhi dell’Occidente.

Yemen

La rivoluzione yemenita inizia nel gennaio 2011, parte dalla capitale Sana’a e continua fino all’uccisione del presidente Saleh e dell’ascesa al potere degli Houthi che porta il paese in una guerra civile infinita in cui chi paga il prezzo più alto è il popolo, costretto alla miseria e alla povertà assoluta.

Sono passati dieci anni e questa tanto osannata primavera non sembra del tutto finita ei bilanci non sembrano favorevoli.

La Tunisia è una democrazia ma il progresso civile non è stato accompagnato da quello economico; l’economia arranca, le previsioni di crescita si abbassano costantemente e la disoccupazione giovanile supera l’80%, la popolazione è disillusa perché, nonostante la nuova Costituzione garantisca i diritti civili, mancano quelli economici e sociali. Problema che accomuna tutti i paesi interessati.

In Egitto, Siria, Yemen e Libia la primavera non ha funzionato, sono stati ristabiliti i governi autoritari e i diritti umani sono ancora un’utopia. Al Sisi si è rivelato un capo di stato peggiore di Mubarak; Siria, Yemen e Libia sono devastati dalla guerra civile e le popolazioni ne porteranno i segni per intere generazioni.

Se i risultati, però, non sono stati quelli sperati, da tutta questa storia emerge la volontà – soprattutto delle nuove generazioni – di riscattare la propria dignità in quanto popolo; la loro voglia di riscatto dalle umiliazioni dei propri leader non è scomparsa.

La loro voce è risuonata attraverso il web, portando le loro voci in tutto il mondo occidentale. In Tunisia, fondamentale fu il blog Tunisinian girl di Lina Ben Mhenni, dissidente politica che sfidò il regime di Ben Ali imponendo all’attenzione dei media internazionali la rivoluzione tunisina scrivendo il suo blog in tre lingue diverse (inglese, francese, tunisino). Diversi blogger furono arrestati per i loro tentativi di portare l’Occidente a conoscenza delle condizioni delle popolazioni del mondo arabo.

Secondo il rapporto dell’Osservatorio di Politica internazionale sul ruolo dei Social Network nella Primavera Araba, “Grazie a tali mezzi di comunicazione, i cittadini di Paesi dove la libertà di espressione è stata per troppo tempo repressa hanno trovato nuovi canali per poter mettersi in contatto e cercare di scardinare il sistema di potere. Si tenterà, dunque, di analizzare se realmente l’utilizzo di questi Social Network possa aver avuto un peso nella riuscita delle proteste, o se si sia focalizzata l’attenzione su un fattore che in Occidente si sente maggiormente proprio, quello della comunicazione, a discapito di dinamiche sociali e di potere che possano aver avuto un ruolo maggiore nelle manifestazioni. Nel corso di questo report si cercherà di confrontare e mettere in evidenza la relazione fra questi nuovi media e le rivolte in Tunisia, Egitto e Siria.”

Il ruolo web e i Social Network nell’informazione

Si è conclusa ieri la seconda fase della 15° Riunione annuale del Forum sulla governance di internet, in cui si è discusso di come la rete internet sia diventata fondamentale per la diffusione delle informazioni, per la libertà di espressione e del fatto che la pandemia in questo 2020 ha dimostrato come le tecnologie digitali siano di vitale importanza per accelerare il progresso.

Oggetto di discussione è stata anche l’importanza dell’unità globale per raggiungere un accesso inclusivo e significativo per tutti e colmare i divari digitali e far si che in tutto il pianeta ci sia libero accesso alla rete.

Forum sulla governance di internet

L’IGF è stato istituito dal Segretario generale delle Nazioni Unite nel 2006 come forum per il dialogo multi-stakeholder su questioni di politica pubblica relative agli elementi chiave della governance di Internet, come la sostenibilità, la robustezza, la sicurezza, la stabilità e lo sviluppo di Internet. Il Forum si riunisce ogni anno per un dialogo aperto e inclusivo sui temi della governance di Internet per: condividere le migliori pratiche ed esperienze; identificare le problematiche emergenti e portarle all’attenzione degli organi competenti e del pubblico in generale; nonché per contribuire allo sviluppo delle capacità per la governance di Internet. Quest’anno segna la quindicesima edizione annuale del Forum e, a causa della pandemia COVID-19, le Nazioni Unite hanno ospitato l’evento online.

La sfida è quella di portare il web al massimo della sua efficienza pur mantenendo alti gli standard di sicurezza e rendendo fondamentale l’etica degli utenti.

LA GIUSTIZIA, L’ONORE. La memoria di Giulio Regeni

Sembra che oggigiorno i governi abbiano la memoria corta.

Fa specie che l’unico a ricordare Giulio Regeni, il ricercatore italiano ammazzato al Cairo nel 2016, sia Corrado Augias.

Il giornalista italiano, insignito della Legion d’onore – onorificenza massima attribuita dalla Repubblica Francese – nel 2007, dopo aver appreso che il presidente francese, Emmanuel Macron, lo scorso 9 dicembre ha attributo lo stesso ordine cavalleresco al dittatore egiziano Abdel Fattah Al-sisi, ha affidato a Repubblica una lettera aperta con cui rifiuta il riconoscimento.

Caro direttore, domani lunedì 14 dicembre, andrò all’Ambasciata di Francia per restituire le insegne della Legion d’onore a suo tempo conferitemi.

Un gesto nello stesso grave e puramente simbolico, potrei dire sentimentale.


Sento di doverlo fare per il profondo legame culturale e affettivo che mi lega alla Francia, terra d’origine della mia famiglia.”

“Gentile ambasciatore, le rimetto qui accluse le insegne della Legion d’onore.

Quando mi venne concessa, il gesto mi commosse profondamente. Dava una specie di consacrazione al mio amore per la Francia, per la sua cultura. 

Ho sempre considerato il suo paese una sorella maggiore dell’Italia e una mia seconda patria, vi ho risieduto a lungo, conto di continuare a farlo. 


Nel giugno 1940, mio padre soffrì fino alle lacrime per l’aggressione dell’Italia fascista ad una Francia già quasi vinta. 


Le rimetto le insegne con dolore, ero orgoglioso di mostrare il nastrino rosso all’occhiello della giacca.
Però non mi sento di condividere questo onore con un capo di Stato che si è fatto oggettivamente complice di criminali. 


L’assassinio di Giulio Regeni rappresenta per noi italiani una sanguinosa ferita e un insulto, mi sarei aspettato dal presidente Macron un gesto di comprensione se non di fratellanza, anche in nome di quell’Europa che – insieme – stiamo così faticosamente cercando di costruire. 

Non voglio sembrare più ingenuo di quanto non sia.



Conosco abbastanza i meccanismi degli affari e della diplomazia – però so anche che esiste una misura, me la faccia ripetere con le parole del poeta latino Orazio: Sunt certi fines, quo ultra citaque nequit consistere rectum.

Credo che in questo caso la misura del giusto sia stata superata, anzi oltraggiata.

Con profondo rincrescimento”.

Un gesto immenso nell’immobilità totale delle istituzioni italiane.

Nonostante la Procura di Roma abbia chiuso le indagini italiane sul caso Regeni e accusato i 4 funzionari dei servizi segreti egiziani di sequestro di persona e omicidio aggravato e lesioni personali gravissime (per il solo Abdel Sharif ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio), l’Italia continua a vendere armi all’Egitto, navi da guerra incluse.

Come ha detto Augias, non si può essere ingenui, i meccanismi degli affari e della diplomazia seguono leggi proprie, ma ci sono dei limiti che nemmeno in questi casi possono essere valicati.

La legion d’onore ad Al-Sisi, i continui commerci militari tra Italia e Egitto, il mancato ritiro dell’ambasciatore italiano al Cairo, ne sono un esempio pienamente calzante.

Eppure i genitori di Regeni da tempo chiedono a gran voce il ritiro di Catini, ribadendo la loro richiesta di dichiarare l’Egitto “paese non sicuro”; l’appello che segue è di soli due giorni fa.

https://www.la7.it/omnibus/video/lappello-dei-genitori-di-giulio-regeni-11-12-2020-355079

Il nostro paese si trova in una situazione scomoda, è chiaro, interrompere i rapporti con l’Egitto – uno dei pochi paese che, nonostante la pandemia mondiale, registra previsioni di crescita positive – metterebbe l’Italia in una posizione di svantaggio sul quadro internazionale, ma allora mi chiedo l’espressione “prima gli italiani” vale solo quando si parla di migranti?

Tutta la mia ammirazione a Corrado Augias, che sia d’esempio a chi non conosce l’integrità e il coraggio.

“Io sono Rosa Parks”

Il primo dicembre 1955 a Montgomery, Alabama, una donna per la prima volta nella storia americana decide di opporsi alle leggi sulla segregazione raziale sugli autobus.

In quegli anni, infatti, la distinzione fra bianchi e neri era netta e rimarcata; c’erano luoghi che potevano frequentare solo i bianchi e luoghi a uso esclusivo dei neri; parchi, giardini, telefoni, bagni, ogni spazio pubblico era esclusivo a seconda del colore della pelle.

La “legge degli autobus” prevedeva che anche nei posti a sedere ci fosse una distinzione. I primi 10 erano riservati ai bianchi, gli ultimi 10 ai neri, i posti in mezzo erano comuni con l’obbligo però, per i neri, di cedere il posto ad un bianco che ne fosse rimasto sprovvisto.

Poi, l’1 dicembre di 65 anni fa, Rosa Parks, una sarta di ritorno dal suo turno di lavoro, sale sul 2857 della Montgomery City Bus Lines, diretto a Cleaveland Avenue, e si siede in uno dei posti comuni, quelli misti per bianchi e neri; poche fermate più avanti un uomo bianco sale sull’autobus e James Fred Blake, l’autista fa cenno alla donna e agli altri afroamericani seduti nei posti comuni, di alzarsi e cedere il posto.

Rosa, però, fa una cosa impensabile e oltraggiosa per quegli anni, non lo ascolta, risponde “I don’t think I should have to stand up” e non si alza.

Blake allora ferma l’autobus e con fare militare si avvicina la donna e le intima di nuovo di cedere il posto.

Rosa, in silenzio, rimane seduta. L’autista allora scende dall’autobus, chiama a un telefono pubblico la compagnia degli autobus prima e la polizia poi; di lì a poco Rosa viene arrestata per “condotta impropria” e multata di 10 dollari, più i 4 dollari per le spese processuali.

La protesta della Parks ebbe una risonanza spettacolare negli Stati Uniti del sud, in quegli anni ancora pregni di un forte razzismo stagnante nonostante l’abolizione dello schiavismo, avvenuta quasi cento anni prima, nel 1865, grazie al XIII Emendamento della Costituzione americana.

Negli stati del sud, infatti, presero forma alcune norme locali per cui i neri erano “separate but equal“, “separati ma uguali”, queste fecero sì che gli afroamericani venissero confinati in appositi settori in tutti i luoghi pubblici.

Le limitazioni non riguardavano quindi solo gli autobus, ma tutte le sfere pubbliche; i neri erano ad esempio tagliati fuori dalle scuole migliori, non potevano esercitare alcune professioni, i loro salari erano inferiori a quelli dei bianchi che svolgevano le stesse mansioni.

Mrs Parks, moglie di un noto attivista per i diritti civili dell’epoca, stanca, non fisicamente per via del lavoro, ma moralmente delle segregazioni, come scriverà anni dopo: «Dicono sempre che non ho ceduto il posto perché ero stanca, ma non è vero. Non ero stanca fisicamente, non più di quanto lo fossi di solito alla fine di una giornata di lavoro […]. No, l’unica cosa di cui ero stanca era subire», con quel “no“ alla richiesta dell’autista di cedere il suo posto ad un uomo bianco, segnò l’inizio delle proteste aggressive ma non violente più importanti della storia americana.

L’inizio del riconoscimento dei diritti degli afroamericani che vedranno l’abolizione della segregazione sugli autobus in Alabama, perché giudicata anticostituzionale dalla Corte Suprema, grazie anche al boicottaggio, organizzato dall’allora sconosciuto pastore King, della comunità afroamericana che per oltre un anno non userà più i mezzi pubblici, causando alla società di gestione degli autobus una perdita di oltre 40.000 dollari.

Da Rosa Parks ai figli non riconosciuti di Mamma Italia

Dalla storia di Rosa Parks, “The mother of the civil rights movement”, sono stati tratti diversi adattamenti cinematografici; ne è un esempio il nostrano cortometraggio del 2018 scritto e diretto da Alessandro Garilli, “Io sono Rosa Parks”.

Il corto, ambientato nel museo MAXXI di Roma, racconta la storia della Parks attraverso la voce di 12 ragazzi italiani di origini famigliari diverse (ghanese, ecuadoriana, nigeriana, albanese), provenienti da diverse città italiane ma tutti appartenenti al #ItalianiSenzaCittadinanza. Movimento che si batte per lo “ius culturae”, il diritto alla cittadinanza italiana di un milione di ragazzi nati in Italia o che comunque vivono e studiano in Italia da diversi anni, che si trovano ad essere stranieri sia nel luogo che li ha visti crescere, che nel proprio paese di origine.

L’intento è quello di compiere una riflessione sulla segregazione, sui passi avanti che sono stati fatti dal quel lontano 1 dicembre 1955 ma anche sulle evidenti differenze che ancora oggi persistono e che tuttora dividono.

La riflessione che ne dovremmo trarre è che tutti possiamo essere Rosa Parks, perché tutti siamo in grado di perorare la causa dell’inclusione e cancellare la linea di demarcazione che ci separa da chi ha un colore diverso, parla una lingua diversa o ha origine diverse dalle nostre.

Per vedere il corto clicca qui.

Da Rosa Parks al Black Lives Matter

Indubbiamente da quel lontano 1955 diversi progressi sono stati fatti, l’elezione nel 2012 di Barack Obama ne è l’esempio più eclatante.

Non esiste più quella segregazione che impedisce agli afroamericani di concorrere alle cariche pubbliche più ambite, ad alcuni tipi di lavori, non esistono più i luoghi pubblici esclusivamente per bianchi o esclusivamente per neri.

Piano piano vengono superate anche le barriere legate al sesso, Kamala Harris, è la prima donna afroamericana nella storia ad essere eletta vice presidente, ma l’America è tutto e il contrario di tutto, e mentre si festeggia la Harris prima ancora dell’insediamento di Biden alla Casa Bianca, la questione raziale è ancora di vitale importanza.

Nel 2020, ben 155anni dopo il XIII emendamento che cancellava la schiavitù dalla Costituzione americana, gli afroamericani sono costretti a scendere in piazza per ribadire che #BlackLivesMetters, “le vite dei neri contano”.

Trayvon Martin, George Floyd, Breonna Tayler, sono i nomi di alcuni americani che hanno perso la vita a causa del colore della propria pelle, e che hanno dato il via al movimento che a oggi, per fortuna, è diventato mondiale. Perché le discriminazioni purtroppo non sono prerogativa esclusivamente americana, basti pensare all’ultimo episodio avvenuto in Francia, in cui la gendarmeria francese ha picchiato per 15 minuti (un video a incastrare gli agenti) il produttore di colore Michel Zecler, o ai nostrani slogan “prima gli italiani”. Chiarisco per chi so già che avrà da ribattere, non va condannata esclusivamente la discriminazione verso chi ha la pelle nera; va condannata ogni forma di discriminazione, perché siamo cittadini del mondo e appartenenti all’unica razza che popola la Terra da centinaia di anni: la razza umana.

Rosa Parks la sua lotta in un corto animato dell’Eido

Nell’aprile scorso, nonostante la spaventosa pandemia che sembra aver preso tutti i riflettori mediatici, ecco spuntare un bellissimo corto animato che in quasi 5 minuti ripercorre le imprese politiche e sociali della “prima” sostenitrice dei diritti civili.

La Parks viene, infatti, ricordata in tutto il mondo per quell’episodio di 65 anni fa ma la sua battaglia non è racchiusa in quell’unico ”no”; come evidentemente dimostra questo corto intitolato The Hidden Life of Rosa Parks, che ripercorre la sua intera storia di attivista, iniziata molto prima del suo rifiuto di cedere il posto sull’autobus.

Racconta dei primi passi nel movimento anti-segregazione americano degli anni Quaranta, del ruolo di segretaria che ricopriva nella National Association for Advancement of Colored People (NAACP), delle proteste al fianco dei lavoratori di colore, e dell’episodio che la rese famosa in tutto il modo. Delle lotte che la videro accanto al leader del movimento anti-raziale, Martin Luther King, fino al tributo di Obama che, sette anni dopo la sua morte, dopo essersi insediato alla Casa Bianca come primo presidente di colore, le rende omaggio facendosi fotografare seduto posto che Rosa non volle cedere, nell’autobus 2857, divenuto un pezzo da museo.

Il disegno animato di una vita ricca di impegno, il cui perno ruota attorno ad un unico obiettivo, il riconoscimento dell’uguaglianza tra gli esseri umani.

Il Pinocchio di Garrone vola oltreoceano nel giorno del compleanno del suo “babbo”.

C’era una volta… – Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.

Incipit “Le avventure di Pinocchio”

Centoventiquattro anni fa, a Firenze, nasceva Carlo Lorenzini, in arte Carlo Collodi, il “babbo” di una delle più celebri fiabe, Pincchio.

In una piovosa notte novembrina, il piccolo Carlo venne al mondo nella casa dei marchesi Ginori, nobile e antica famiglia Fiorentina, presso cui i suoi genitori, Domenico e Angiolina, erano a servizio.

Collodi, nome con cui verrà conosciuto in tutto il mondo, è il nome della cittadina che ha dato i natali a sua madre, situata a 40 km da Firenze, in cui Carlo trascorse tutta la sua infanzia.

Ribelle e poco avvezzo alle regole, fu indirizzato agli studi ecclesiastici in seminario, per poi approdare di nuovo a Firenze per seguire un corso di filosofia dei Padri Scolpi.

Il capoluogo toscano nel quale crebbe, era la grande culla dei più solenni e fantasiosi movimenti letterari del Risorgimento, che dalla fine del Settecento davano impeto ai primi slanci patriottici; successivamente vestì i panni del combattente nella guerra contro gli Asburgo, e una volta rientrato in patria iniziò la sua carriera letteraria, fortemente influenzata dal mito dell’Unità d’Italia e intrinsecamente radicata nel lungo processo rinascimentale.

“Pinocchio” nacque come una storia a puntate, un racconto senza pretese intitolato, “storia di un burattino”, che uscì sul primo numero del “Giornale dei bambini” di Martini.

La visione della vita dal punto di vista dei bambini, focalizzando la narrazione sui loro bisogni e desideri, entusiasmò il pubblico dei piccoli, che attendevano con ansia ogni nuova puntata; donando al piccolo burattino un successo inaspettato.

La raccolta si concluse con l’impiccagione di Pinocchio, ma la redazione del giornale venne invasa dalle lettere di protesta dei bambini delusi dall’amaro finale. Mosso da tante richieste, Carlo proseguì la storia terminandola con il noto finale in cui il burattino si trasforma in un bambino vero.

Tutte le puntate vennero raccolte in un unico libro intitolato “Le avventure di Pinocchio: storia di un burattino”, pubblicato nel 1883.

Da allora la storia di quel piccolo pezzetto di legno che si trasforma e cresce attraverso le dure prove che la vita gli mette davanti, maturando fino al punto da diventare un bambino vero, accompagna l’infanzia di milioni di bambini.

Gli adattamenti per il grande schermo sono stati diversi, a partire dal capolavoro di Luigi Comencini, passando per le fiabe animate, portando Roberto Benigni a interpretare il burattino stesso nel film da lui diretto prima, “Geppetto” poi, nel recente “Pinocchio” di Matteo Garrone; rivisitazione non troppo osata ma decisamente ben strutturata, che proprio oggi, grazie alla distribuzione Roadside Attractions, approda oltreoceano e delizierà le vacanze natalizie degli americani.

Mi unisco all’auguri che il regista fa nel suo post, sono lieta che gli americani possano trascorrere il Natale con la possibilità di vedere questa perla nostrana.

Dal canto mio, attendo con ansia e con la stessa curiosità dei bambini, la visione della favola con cui prossimamente ci delizierà Guillermo Del Toro. Un film animato in stop motion, ambientato negli anni ’30, terreno fertile per l’Italia fascista di Benito Mussolini, con l’atmosfera cupa tipica delle opere del regista messicano, molto probabilmente più fedele alla visione originaria di Collodi di qualsiasi altro.

E voi? Quale adattamento di Pinocchio avete amato di più?

Un tranquillo week end crime

Lo scorso fine settimana ho terminato la visione di Defending Jacob e la lettura di Gli ultimi giorni di quiete. Non era in programma che mi dedicassi al crime; entrando in libreria, però, attirata dalla sinossi, ho sentito il bisogno di comprare il libro di Manzini, e una volta a casa, testando AppleTV+, dopo The morning show e Teheran, l’ultimo prodotto di Chis Evans sembrava decisamente il giusto proseguo.

Ne sono uscita con le ossa rotte, ma ne è valsa la pena; se non altro, è stato un modo di avere una visione non unilaterale delle vicissitudini che ruotano attorno ad una simile tragedia.

Entrambe le opere, infatti, trattano quel tipo di crimine, ma se il libro di Manzini analizza la visione della famiglia della vittima, la serie TV si addentra nelle dinamiche di quella dell’accusato.

Due considerazioni contrapposte delle reazioni a un delitto, accomunate dalla visione d’insieme degli effetti prodotti sulla famiglia.

Defending Jacob non è un thriller che parla di una famiglia, ma è la storia di una famiglia che finisce in mezzo alle vicende di un delitto; così come il romanzo di Manzini non è un giallo che gira attorno ad una famiglia, ma la storia di una famiglia che si trova al centro di un omicidio.

Alla prima il merito di girare attorno ai personaggi, alla loro evoluzione emotiva nel corso dello sviluppo della storia, al secondo quello di usare i personaggi per sviscerare quesiti etici, morali e sociali che in pochi hanno il coraggio di esaminare.

Due punti di vista opposti per un unico soggetto: la graduale distruzione di una famiglia e delle sue certezze.

In difesa di Jacob, questo il titolo italiano – sceneggiata da Mark Bomback, magistrale in questo riadattamento allo schermo dell’omonimo romanzo di William Landay – racconta il modo in cui Andy Barber (Chris Evans), la moglie Laurie (Michelle Dockery) e il figlio Jacob (Jaden Martell), reagiscono all’efferato omicidio di un compago di classe del giovane.

Quando il corpo del ragazzo viene ritrovato senza vita in un bosco, è proprio a Andy Barber, assistente procuratore distrettuale, che viene affiato il caso; nel corso della storia però, Andy passa dalla parte dell’accusa per conto del Commonwealth, a quella della difesa quando è proprio suo figlio a essere sospettato. A inchiodarlo, un’impronta sul giacchino della vittima.

“Agli occhi degli altri non solo Jacob è colpevole, tutti voi lo siete.”

Da qui parte una narrazione dal ritmo lento che da, alla storia, un’atmosfera angosciante e cupa, e, allo stesso modo, inizia l’evoluzione dei personaggi.

I creatori esordiscono appositamente con una visione d’insieme ordinaria della famiglia, felice perfino; normalità solo apparente che si palesa e si evolve nel corso degli episodi.

Nonostante dopo l’arresto, i genitori non esitano e non hanno dubbi sulla innocenza di Jacob, man a mano che emergono particolari della sua vita fuori dalle mura domestiche, nascono i primi dubbi che danno il via a un percorso di coscienza che porta la madre dall’essere totalmente sicura dell’innocenza del figlio, a essere completamente certa della sua colpevolezza; la crisi genitoriale che ne deriva, rende la storia unica, e apre interi quesiti su quali siano i confini reali delle persone che si amano e cosa si è disposti a fare per difenderle.

All’evoluzione di Laurie, è affiancato il percorso di Andy, costretto ad aprire il vaso di Pandora della sua infanzia, raccontando verità nascoste che minano il rapporto di fiducia su cui è basata la famiglia; personaggio forte e vulnerabile il suo, in cui forza e vulnerabilità coesistono e derivano da quel passato che tenta in ogni modo di chiudere fuori. Nell’incedere lento della storia, però, non dubita mai del figlio, fino al momento in cui ogni certezza crolla, quando è proprio lui, per la prima volta, a chiedergli: “Sei stato tu?”.

“You can be a man, or you can be a good father.”

Il personaggio di Jacob è volutamente ambiguo, tanto che per lo spettatore è impossibile capire se sia colpevole o meno fino agli ultimi titoli di coda; un ragazzino chiuso in sé stesso, vittima di bullismo che confina i genitori nella realtà illusoria della normalità casalinga, escludendoli da qualsiasi sfumatura esterna.

I personaggi sono bloccati in piccole prigioni personali e se apparentemente interagiscono, nella realtà sono incapaci di faro e proseguono per la loro strada senza ma incontrarsi davvero.

La trama si dinoccola in un’atmosfera fredda, di sofferenza continua, da cui emerge l’urgenza che l’incubo finisca il più presto possibile; e si sviluppa attraverso l’altalenarsi di piste sempre diverse che portano ad apparenti soluzioni, salvo poi inserire piccoli particolari che ribaltano ogni cosa e fanno si che nei personaggi (e nello spettatore) si instilli il timore che la verità possa non venire mai a galla.

Contrapposta a questa visione degli effetti che un dramma come questo può avere sulla famiglia dell’accusato, è quella de Gli ultimi giorni di quiete.

Un romanzo che analizza la trasfigurazione di una famiglia a cui è stato ammazzato il figlio e passa dallo stallo della disperazione degli anni successivi la morte, in cui l’assenza silenzia ogni cosa, alla disperazione e all’impotenza che derivano dal vedere l’assassino libero, dopo aver scontato solo cinque anni di pena, e intento a rifarsi una vita.

A Manzini il merito, di essere riuscito a far emergere come “un solo gesto inchioda quattro persone per sempre, a quel giorno di marzo di quasi sei anni prima.”, delineando, con abile penna, i tratti dei personaggi, Nora e Pasquale Camplone, genitori di Corrado, ucciso durante una rapina mentre era nella tabaccheria di famiglia a posto del padre, e Paolo Dainese, rapinatore, assassino che tenta di rifarsi una vita dopo il carcere. Al lettore il compito di imparare a conoscerli lentamene, man a mano che sfoglia le pagine.

Anche i personaggi secondari sono tracciati in funzione di quelli principali; come quello di Francesca e Danilo, sorella e nipote autistico di Nora, inseriti nella narrazione allo scopo di rafforzare lo stato d’animo di Pasquale che “avrebbe barattato volentieri la vita di chiunque con quella di suo figlio. La sua, quella di Nora, di Francesca, di Danilo”, pensiero che lo fa sentire allo stesso tempo cattivo e umano.

O il personaggio di Donata, fidanzata di Dainese, figura in cui risiede tutta volontà dell’uomo di ricostruirsi un’esistenza lontana dal suo torbido passato.

I protagonisti, però, rimangono anime in stallo, che sopravvivono alla vita che scorre, con il solo dolore a riempire il vuoto lasciato dalla morte. Quando Nora vede Dainese sul vagone di un treno regionale mentre ritorna a Pescara, trasforma il vuoto in rabbia e si nutre finalmente, dopo anni di inappetenza, di quel veleno che le trasmette la visione della libertà di chi ha tolto la vita a suo figlio.

Condivide con il marito il pesante fardello, ma non lo accoglie nel suo dolore, lo esclude; e se per lei il perdono non è contemplato perché è madre e non può rassegnarsi all’idea che chi le ha tolto il bene più prezioso sia libero e in pace, Pasquale non è in grado di perdonare nemmeno sé stesso per essere vivo.

L’uomo cerca una soluzione immediata che impedisca a Dainese di vivere mentre Corrado giace sotto a una lapide, la donna invece inizia una ricerca disperata dell’assassino con l’intenzione di rovinare qualunque suo piano di rifarsi un’esistenza fuori dal carcere.

Manzini caratterizza i personaggi alla perfezione, tanto che non indica nemmeno a chi appartengono i pensieri che inserisce nella narrazione; questo fa si che ci si immedesimi, li si comprenda al punto da vivere le loro stesse sensazioni, senza filtri di sorta.

Un romanzo su cui aleggia l’etica del quesito fatale che nasce da ogni storia come questa: come si può accettare la morte di un figlio, una morte per mano di un altro essere umano?

Al contempo, se ne aggiungono altri, uguali e contrapposti: è giusto che un assassino provi a rifarsi una vita? È giusto che rimanga marchiato per sempre e definito dall’orrore di quel gesto senza via d’uscita?

Il confine tra le due visioni di pensiero e sottile e legittimo a seconda dell’angolazione da cui lo si guarda.

Ogni ragionamento porta all’unica conclusione possibile, si diventa destini intrecciati, congelati nel medesimo istante, accomunati dall’impossibilità di andare avanti, segnati da quell’unico attimo che ha cambiato il corso di troppe vite.

I due prodotti quindi, apparentemente scollegati per fattezze, modalità e trama, sono in realtà uniti da un’unica costante, che avvicina tutte le tragedie come queste: il dramma dell’impossibilità di tornare a vivere. In entrambi crollano le dinamiche famigliari, nella prima è il rapporto di fiducia su cui è fondata la famiglia a venir meno, a causa delle verità taciute e del dubbio che si insinua subdolo in seno ad ogni cuore; nel secondo crolla il rapporto tra moglie e marito e la morte del figlio mina l’esistenza stessa della famiglia che rimane assieme per pura formalità.

Vittima e carnefice hanno un bagaglio emotivo che coinvolge le sfere affettive di entrambi, persone che in egual maniera subiscono gli effetti amplificati della tragedia e non riescono a sopravvivere. Ciascuno di loro continua ad esistere ma in una sorta di stasi, logorato nell’animo, con il bisogno fisiologico di andare avanti. Un diritto che diventa lusso a seconda degli occhi di chi lo guarda.

Due vicende in grado di coinvolgere in maniera strettamente emotiva, umana; relegando la sfera giudiziaria a mero contorno.

IL MALINTESO E LA CHIAMATA ALLE ARMI

“È più grave l’aborto o un atto di pedofilia? Il problema di fondo è che siamo impastati in una determinata mentalità. Con questo non è che voglio dire che la pedofilia non sia niente, è gravissima. Ma che cosa è più grave?”, esordisce così, nella sua omelia il 27 ottobre scorso, Don Andrea Leonesi, vicario di Macerata mentre parlava ai giovani universitari cattolici.

La scappata infelice è stata fatta proprio a commento delle manifestazioni polacche a seguito della legge che vieta l’aborto anche in caso di gravi malformazioni del feto. Il vicario, elogiava la Polonia per aver seguito i dettami della Chiesa che vedono l’aborto come il più grave degli scempi e, per enfatizzare il suo pensiero, ha fatto un paragone che non calzava per niente.

È curioso come gran parte degli italiani, quando vengono attaccati per ciò che dicono, si nascondono sempre dietro alla mala interpretazione di ciò che hanno detto.

Don Leonesi ha dichiarato di essersi espresso male e di essere stato frainteso, il Vescovo, in sua difesa, ha detto che ciò che intendeva il vicario era portare l’attenzione sul fatto che quando si tratta di difendere l’aborto, lo si fa anche scendendo in piazza, invece per il dramma della pedofilia non ci si mobilito allo stesso modo.

Io purtroppo non ci credo.

Credo fermamente che la lingua italiana, ricca di vocaboli, sia una lingua realmente difficile da fraintendere; proprio perché si ha a disposizione un nutrito vocabolario, si dovrebbe essere in grado di usare sempre una forma che coincide con il proprio pensiero.

Se in un’omelia in diretta streaming si ha il coraggio di affermare che la pedofilia è meno grave dell’aborto, è ciò che si intende.

Questo non ha nulla a che vedere con la fede; la Chiesa, lo sappiamo bene, vieta l’aborto, e non sta a me decidere se la visione ecclesiastica su tale pratica sia giusta o sbagliata, ognuno è libero di avere il proprio pensiero, è il paragone a essere fuori luogo.

È possibile difendere la scelta di vietare l’aborto secondo i dettami della chiesa, senza tirare in ballo una piaga che affligge l’umanità da tempo immemore, che ha distrutto le vite di milioni di bambini in tutto il mondo, e per la quale non pochi scandali hanno creato scompiglio nel mondo ecclesiastico.

L’altro infelice episodio riguarda il messaggio agli studenti del Direttore dell’Ufficio scolastico della Regione Marche, Marco Ugo Flisetti in occasione del 4 novembre, giornata dell’Unità nazionale e delle Forze Armate.

Quella di Flisetti sembra essere una chiamata alle armi, una retorica intrisa di nazionalismo che non ha nulla a che vedere con la Storia, tantomeno con la scuola, che per sua natura deve essere contro ogni forma di guerra e di violenza.

Un messaggio del genere, decontestualizzato, rischia di sortire l’effetto contrario, ovvero essere offensivo nei confronti dei molti giovani che in quella guerra hanno perso la vita, pur essendo scesi in campo non per volontà ma per coscrizione obbligatoria alle armi.

Riconoscere il valore dei caduti è un dovere, esaltarne l’eroismo belligerante, senza contestualizzare il momento storico e dare il giusto peso al valore di una cultura della pace, di cui la scuola dovrebbe essere la prima sostenitrice, è deleterio; e non contribuisce assolutamente a creare una coscienza critica della storia nazionale, ne fornisce spunti di riflessione su cui i giovani, a cui era indirizzato il messaggio, possano basare la conoscenza della storia del proprio paese.

Aver espresso la mia opinione assolutamente contraria su questo messaggio ha fatto si che venissi accusata di voler negare la storia; il punto invece, è che io non contesto la storia, sarei pazza a negare le mie radici, contesto l’uso che se fa in questo caso. La sua strumentalizzazione.

Se il messaggio fosse stato scritto in nome della storia e non in nome della guerra, sottolineando la ricorrenza e festeggiando le forze armate e l’Unità d’Italia, non avrei avuto nulla da ridire.  

Di seguito il messaggio agli studenti: